Recensione “Ciò che inferno non è” – Alessandro D’Avenia

 

TRAMA: Federico ha diciassette anni e il cuore pieno di domande alle quali la vita non ha ancora risposto. La scuola è finita, l’estate gli si apre davanti come la sua città abbagliante e misteriosa, Palermo. Mentre si prepara a partire per una vacanza-studio a Oxford, Federico incontra “3P”, il prof di religione: lo chiamano così perché il suo nome è padre Pino Puglisi, e lui non se la prende, sorride. 3P lancia al ragazzo l’invito a dargli una mano con i bambini del suo quartiere, prima della partenza. Quando Federico attraversa il passaggio a livello che separa Brancaccio dal resto della città, ancora non sa che in quel preciso istante comincia la sua nuova vita. La sera torna a casa senza bici, con il labbro spaccato e la sensazione di avere scoperto una realtà totalmente estranea eppure che lo riguarda da vicino. È l’intrico dei vicoli controllati da uomini che portano soprannomi come il Cacciatore, ‘u Turco, Madre Natura, per i quali il solo comandamento da rispettare è quello dettato da Cosa Nostra. Ma sono anche le strade abitate da Francesco, Maria, Dario, Serena, Totò e tanti altri che non rinunciano a sperare in una vita diversa. Alessandro D’Avenia narra una lunga estate in cui tutto sembra immobile eppure tutto si sta trasformando, e ridà vita a un uomo straordinario, che in queste pagine dialoga insieme a noi con la sua voce pacata e mai arresa, con quel sorriso che non si spense nemmeno di fronte al suo assassino.

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TITOLO: Ciò che inferno non è
AUTORE: Alessandro D’Avenia
EDITORE: Mondadori
DATA DI PUBBLICAZIONE: 18 Maggio 2016
PAGINE: 317


Recensione

“Anche io se fossi nato nel palazzo di via Hazon non avrei avuto scelta” continua. “Se nasci all’inferno hai bisogno di vedere almeno un frammento di ciò che inferno non è per concepire che esista altro.”

Questo libro stazionava nel mio kindle da parecchio tempo ormai. Comprato poco tempo dopo l’uscita, ho deciso di non leggerlo subito, più per la paura di leggere nero su bianco una storia che in parte conoscevo già, che per mancanza di tempo. Alessandro D’Avenia con questo romanzo ci porta a Palermo, non nella Palermo turistica, la città di sole e mare, ma ci conduce nel quartiere Brancaccio, accompagnandoci nel racconto dell’ultima estate di Padre Pino Puglisi, martire della Chiesa ucciso dalla mafia il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. E padre Puglisi, D’avenia ha avuto modo di conoscerlo per davvero al liceo, come suo insegnante di religione. Un romanzo che vuole essere un omaggio nei confronti di un uomo che ha saputo donare molto e che è riuscito ad andare incontro alla morte con il sorriso.

Federico è la voce narrante di questo romanzo, un giovane diciassettenne che, dopo la fine della scuola, decide di aiutare Don Pino a portare un po’ di gioia e spensieratezza ai bambini che vivono nel quartiere di Brancaccio. Le descrizioni dei luoghi, delle case e dei vicoli sono fortemente evocative e trasmettono in maniera molto nitida la realtà che l’autore vuole mostrarci. Una realtà che è molto diversa da quella che Federico ha sempre conosciuto, ma che gli permette di crescere e confrontarsi con le difficoltà.

Dall’alto Palermo mi sembrava così bella, così piena di luce. Invece il suo ventre è ombra e lutto.

Federico è un personaggio molto bello, un nerd letterario, amante delle parole e soprattutto di Petrarca. Soprannominato il poeta dal fratello, a causa della sua perenne voglia di scrivere versi, nei quali poi puntualmente cerca rifugio, è un ragazzo con molta ambizione e tanti sogni. Rispetto alla realtà ovattata nella quale ha sempre vissuto, grazie all’esperienza ed alla voglia di fare di Don Pino, Federico scoprirà una realtà completamente diversa, che convive a pochi passi da casa sua, separata solo dal passaggio a livello della ferrovia. Difficile non entrare in empatia con questo ragazzo che si ritrova dall’oggi al domani a fare i conti con le difficoltà, le paure ed i rischi di chi è nato nel quartiere sbagliato della città. Nel corso delle pagine noteremo una profonda crescita, una sua presa di posizione molto ben definita e nitida nei confronti di tutto il male che c’è a Brancaccio e avremo modo di apprezzare anche il suo scoprire se stesso.   

Accanto a lui, ad affrontare ed a spingerlo verso questa nuova esperienza di vita c’è Lucia, una ragazza nata e cresciuta nel quartiere di Brancaccio che cerca, con i suoi mezzi di andare avanti e di portare un pizzico di amore ai bambini che come lei sono nati in quelle strade. Lucia è una ragazza dalle mille sfaccettature: intelligente, bella (il che non guasta), ma soprattutto è una ragazza che ha imparato in fretta come stare al mondo. Ed anche se intorno a lei il male cerca di rubarle la gioia, lei non si spezza, continua ad andare avanti a testa alta.

Il faro, la luce che da speranza anche in un quartiere come quello di Brancaccio è sicuramente Don Pino Puglisi. Anche se questo è solo un romanzo, e gli eventi descritti sono semplicemente ispirati alla sua figura e non rispecchiano la realtà (ad esclusione di alcuni fatti realmente accaduti), ho apprezzato molto l’immagine del padre che emerge da queste pagine. Un uomo capace di affrontare la vita sempre con il sorriso sulle labbra; coraggioso, combattivo, un uomo che cammina sempre a testa alta anche quando la posta in gioco è la sua stessa vita. L’aspetto che mi ha maggiormente colpito è il suo modo di educare alla vita, di regalare, giorno dopo giorno, piccole gocce di speranza a tutti i bambini del quartiere e di mostrargli, attraverso la sua vita, che c’è sempre un’altra strada percorribile rispetto al male.

Questo è sicuramente un romanzo capace di far pensare e riflettere. Attraverso questa storia si ha modo di toccare con mano una realtà che ci sembra lontana, ma che invece è proprio qui accanto a noi, solo che il più delle volte risulta più facile far finta che non esista piuttosto che affrontarla. Ciò che inferno non è è una storia che, nonostante tutto, ci parla d’amore, un amore che dona speranza, incondizionato. Un amore fatto di gesti, di parole, di segni, che seppur piccoli, lasciano la loro traccia. Padre Pino è l’esempio da seguire, con il suo stile di vita che non è improntato sulla violenza.

Queste tematiche importanti sono accompagnate da uno stile molto ricercato ma che non stanca. Una prosa molto articolata, che si avvale anche di termini obsoleti, il tutto accompagnato da citazioni letterarie che gli amanti del genere apprezzeranno. D’avenia ha una capacità narrativa in grado di far sentire il lettore parte della storia che ci sta raccontando, come se anche noi stessimo attraversando i vicoli di Brancaccio insieme a Federico o a Padre Puglisi.

Una lettura intensa, ma che merita sotto ogni punto di vista. Ciò che inferno non è vi farà sorridere di fronte alle risate dei bambini del quartiere, piangere di fronte alle ingiustizie ed alle violenze descritte, ma che vi lascerà con un forte senso di ammirazione nei confronti di uomo che, nel suo piccolo, è riuscito a far risplendere di nuova luce il quartiere di Brancaccio.

“Che vuol dire “dare la vita per i propri amici”?” “Difenderla e arricchirla con la propria.” “Come?” “Con il proprio tempo.”

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Romanzi di Alessandro D’Avenia

  • Bianca come il latte rossa come il sangue, 2011
  • Cose che nessuno sa, 2013
  • Ciò che inferno non è, 2014
  • L’arte di essere fragili, 2016
  • Ogni storia è una storia d’amore, 2018

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